Accettazione e perdono: vivere nel presente
Desidero avvalermi di un caso clinico,
capitatomi non molto tempo fa, per
introdurre l’argomento oggetto di questo
capitolo.
È trascorso circa un anno da quando è venuta
nel mio studio una venticinquenne, che
chiamerò Carla, la quale, dopo anni di
terapie convenzionali risultate tutte
inefficaci, aveva deciso di ricorrere
all’omeopatia per cercare di curare la
sclerodermia da cui era affetta.
Per avere un’idea di quanto siano rovinosi
gli effetti di questa malattia basti pensare
che è caratterizzata da ulcerazioni molto
dolorose a carico della pelle che, nel
rimarginarsi, danno luogo a cicatrici
deturpanti (sclerosi). Quando tali cicatrici
interessano il volto, la persona perde
gradualmente la propria mimica facciale e
diventa inespressiva proprio come se
portasse una maschera. Se invece coinvolgono
un’ articolazione, ne determinano a poco a
poco l’irrigidimento e la immobilità e così
via.
Allorché vidi Carla per la prima volta e mi
resi conto che il suo male era giunto ad uno
stadio avanzato, le prescrissi una composita
cura omeopatica. L’intento era quello di
purificare e rivitalizzare il suo organismo
intossicato dai farmaci assunti
precedentemente e al tempo stesso anche
quello di lenire le atroci sofferenze
fisiche che l’affliggevano.
Dopo un mese mi incontrai di nuovo con lei.
Il seppur lieve miglioramento che si era
verificato mi indusse ad iniziare un
trattamento psicoterapeutico di cui, già
dalla precedente visita, avevo ravvisato
l’estrema necessità. Durante il colloquio,
che all’inizio presentò qualche difficoltà
per via del carattere della ragazza
tendenzialmente restio ad aprirsi, emerse
che la sua infanzia era stata fortemente
traumatica a causa dei continui e brutali
litigi avvenuti fra i suoi genitori. Il papà
e la mamma, con la quale rimase a vivere, si
separarono quando Carla aveva dieci anni.
Dopo lo spiacevole evento la bambina rivide
suo padre soltanto qualche altra volta
perché l’uomo un certo giorno sparì e non si
seppe più nulla di lui. Nel rievocare quei
fatti dolorosi le parole della giovane
venivano interrotte, di tanto in tanto,
dalla commozione. Era chiaro che il suo
cuore soffriva ancora molto per tutto quello
che
aveva vissuto da piccola.
Al nostro terzo incontro provai una grande
gioia nel constatare che nel frattempo
c’erano stati evidenti progressi clinici e
che il morale della paziente era decisamente
più alto. Dopo un po’ che conversavo con lei
e le stavo insegnando degli esercizi per
aiutarla a liberarsi degli stati d’animo
negativi che la angustiavano da svariati
anni, successe una cosa inaspettata.
All’improvviso Carla scoppiò a piangere e
con tono rabbioso mi disse: «odio e
disprezzo con tutta me stessa mio padre per
tutte le pene che ha procurato a me e a mia
madre. Non gli perdonerò mai quel che ci ha
fatto patire. Non voglio più curarmi né
tantomeno guarire. Il mio unico desiderio è
quello di fargliela pagare a quel bastardo».